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sabato, gennaio 26, 2008

Medea ed il mito ritrovato - I

La storia di Medea, come donna ferita dal tradimento di Giasone e carnefice dei propri figli, è la versione che ci è stata tramandata da Euripide e che mette in evidenza i tratti greci della concubina e della madre.

Il mito di Medea è stato ripreso da molti autori dall'antichità fino ai nostri giorni, partendo da Euripide, Ovidio (della cui opera a riguardo si è persa ogni traccia) fino alle opere di Grillparzer, Alvaro e la stupenda versione cinematografica di Pasolini.
Ogni "versione" porta in se degli elementi di discussione che ovviamente non si possono esaurire nè banalizzare in questa sede, ma quasi tutte le opere riprendono il mito secondo la tradizione euripidea. Christa Wolf, invece, rielabora i frammenti del mito provenienti da fonti diverse, attestate soprattutto da Apollonio Rodio, mettendo in evidenza, nello stesso tempo, come nella storia dell'uomo ci sia stata la tendenza, nei momenti di crisi, a cercare un capro espiatorio, a caricare spesso di segni negativi una determinata figura, spesso femminile (si chiami Cassandra, o "strega" destinata al rogo) per destituirla di ogni autorevolezza.
La Medea che uccide i propri figli e dice riguardo alla fine che dovrà fare Giasone: (Eurip. Medea vv. 803 - 806)
Ché vivi non vedrà mai più quei figli ch'ebbe da me, né dalla nuova sposa avrà mai prole, ché il destino vuole che quella trista donna trista morte trovi pei miei veleni
è una donna forte che vuole esprimere la propria autorità e vuole spogliare lo sposo di qualsiasi motivo di orgoglio (i figli ed il potere) per affondarlo. E' lontanissima dalla Medea della Wolf che dice (C. Wolf, Medea ed. e/o)
"Morti. Li hanno uccisi. Lapidati, dice Arinna. E io che credevo che, se me ne fossi andata, la loro sete di vendetta sarebbe passata. Non li conoscevo.[...] L'amore è stato fatto a brani, cessa anche il dolore. Sono libera. Senza desideri ascolto il vuoto che mi colma"(pag. 223)
E' in queste strazianti parole che Medea esprime il suo spirito di madre, ferito, distrutto da una cieca rivolta del popolo di Corinto.
In questa bellissima opera della scrittrice tedesca, in cui la materia è sviluppata attraverso un gioco di monologhi interiori, le pagine sono cariche di passione, alcune di odio, altre di amore ma quelle che più ci colpiscono sono quelle intrise delle urla silenziose degli innocenti figli di Medea.


Per un primo approfondimento, oltre alla lettura dell'opera nella bella edizione e/o, consiglio il seguente link:
http://www.griseldaonline.it/formazione/medea_varotti.htm

venerdì, giugno 02, 2006

Sull'opera di Pasolini - II

Nella poesia La passione, Cristo viene immortalato sul crocifisso con il suo corpo umano e nonostante la poesia sia stupenda nella sua lettura completa, ne trascrivo qui la prima parte:
(Tratto da Bestemmia - Tutte le Poesie, ed. Garzanti)
Cristo nel corpo
sente spirare
odore di morte.
Ah che ribrezzo
sentirsi piangere!
Marie, Marie,
albe immortali,
quanto dolore...
Io fui fanciullo
e oggi muoio.
(Vol. I - pag. 291)
L'umanità di Cristo, che Pasolini cerca di trasmetterci, si può anche ritrovare nel suo film Il Vangelo secondo Matteo in cui i volti degli apostoli, della Madonna e dello stesso Gesù sono segnati dal lavoro e dal tempo.
Lo stesso Cristo, non più contaminato dagli stereotipi di bellezza moderna, risulta possedere una carica espressiva più incisiva e sincera.
Anche per chi non è credente, o non "nel senso restrittivo e condizionante della parola", Cristo possiede un forte carisma perchè, nonostante si possa non credere nella sua natura divina, possiede una umanità che travolge, è una persona che è andata controcorrente, ha sfidato i potenti per portare avanti un ideale di uguaglianza e libertà.
Certo i cattolici replicheranno dicendo che la sua grandezza è amplificata dal fatto che tale umiltà e spirito di sacrificio è presente nel figlio di Dio esaltandone quindi la propria portata e che vedere in Cristo semplicemente un uomo è una visione vicina all'eresia di Teodato di Bisanzio.
Non sono un teologo nè credo di poter mai destreggiarmi tra dimostrazioni o confutazioni, a me interessano le azioni ed i messaggi che perdurano nel tempo e credo che, anche per un non cattolico, il messaggio di cui Cristo si è fatto portavoce con la sua vita, sia di validità universale.
Non volendo prolungare oltre il discorso che sarebbe troppo vasto e fuori luogo, concludo ricordando un passo del bellissimo Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi:
Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non é morale, ma é un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non é disceso. Cristo si é fermato ad Eboli.
Forse le questioni teologiche, che con fine intelligenza trattano dei significati più profondi dei simboli e dei segni della divinità, a volte sono avulse dal mondo reale in cui la consolazione di un mondo migliore futuro si scontra con la sofferenza presente dove ormai il sole non scalda più!

mercoledì, maggio 31, 2006

Sulla memoria

Pasolini, nel suo cortometraggio La Ricotta, fa in modo che il regista Orson Welles reciti questa poesia ad un giornalista:
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d'ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono più.
La decadenza dell'uomo moderno è anche nel non aver memoria del proprio passato, nel sentire le cose trascorse come semplici frammenti che, come cocci rotti, si credono inutili. La forza del passato che proviene dai ruderi di distrutte civiltà, possiede internamente una modernità che non è quella banale del progresso ma quella più interessante della saggezza.
Mi viene in mente un bellissimo passo di Pavese tratto da Il mestiere di vivere:

Quando un popolo non ha più un senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato.
Si diventa creatori - anche noi - quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia
Il popolo non può crescere se perde quella voglia di guardare indietro al fine di ottenerne un insegnamento per il futuro. La frase di Pavese non è solo un rifacimento moderno del ciceroniano "Historia magistra vitae", ma indica anche come la perdita delle proprie radici rappresenti per l'uomo una perdita di una parte di se stesso, il "destino" dell'uomo rappresenta una ricerca di sè che comporta sempre un ritorno alle origini.
A tal proposito, sempre di Pavese, mi viene in mente la poesia che dice:
(Da Cesare Pavese - Poesie, ed. Einaudi)
Questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
Nella bella città, in mezzo a prati e colline,
E la sfumano come un ricordo.[...]
Val la pena aver fame o essere stato tradito
dalla bocca più dolce, pur di uscire a quel cielo
ritrovando al respiro i ricordi più lievi.
(pag. 63)
Qui il ricordo rappresenta una sfumatura del mondo che permette di donare, per un fugace istante, una dose di levità, permettendoci di affrontare meglio il mondo che intorno ci stringe.
A volte i ricordi sono però grossi macigni che rotolano dentro di noi, trasportando paure e sofferenze mute.

giovedì, maggio 25, 2006

Sull'opera di Pasolini - I

Pasolini nei suoi Scritti Corsari - 9 dicembre 1973 scrive:
"Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro "cattivo" nelle periferie "buone" (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani)"
e ci vengono in mente i trascorsi avvenimenti nelle periferie francesi non lontane poi troppo dalle nostre.
Continuando:
"Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane."
Pasolini continuando nel suo discorso, mette in evidenza come la nuova cultura sia prettamente tecnologica e porti al "rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali". La televisione è, per Pasolini, "lo spirito del nuovo potere", uno strumento per esercitarlo (e ci viene in mente 1984 di Orwell dove rappresenta anche uno strumento di controllo del tempo), che ha lacerato l'animo del popolo italiano più del Fascismo.
La televisione richiede spettatori, soggetti passivi nel processo comunicativo e produce una omologazione dei costumi e degli usi che è preoccupante. La nostra passività non ci permette di esprimere le nostre diversità che arrichiscono il mondo.
La crescita tecnologica non ha avuto un giusto corrispettivo nella crescita delle coscienze. L'individualità è qualcosa che va tutelato e siamo noi stessi a dover preservare un valore che credo fondamentale: la diversità non scandalizzata, priva cioè di luoghi comuni e ricca di vicendevole tolleranza.