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domenica, ottobre 28, 2007

Molto forte, incredibilmente vicino

Il commento di S. Rushdie al libro recita: "Ambizioso, pirotecnico, enigmatico...un risultato eccezionale". Libro costruito sulle diverse sensibilità, sui diversi stati d'animo, sulle sensazioni, sul riso e la commozione. Una catastrofe vista con gli occhi di un bambino, una giovane vita che palpita, soffre, si diverte.
Il protagonista, Oskar Schell, è un bambino molto intelligente e curioso di nove anni che si trova a vivere l'11/9. In realtà la tematica si allarga a comprendere altre catastrofi come il bombardamento di Dresda, Hiroshima, tutte vicende in cui i sopravvissuti hanno sviluppato problemi di relazione non riuscendo a sopportare l'idea di essere sopravvissuti.
In un passo conclusivo del libro vi è un dialogo tra Oskar ed un sopravvissuto di Dresda:
"Ho perso un figlio". "Veramente?"[..]"Come è morto?". "L'ho perso prima che morisse". "Come?". "Sono andato via". "Perchè?". Ha scritto: "Avevo paura". "Paura di cosa?". "Paura di perderlo". "Avevi paura che morisse?". "Avevo paura che vivesse". "Perchè?". Ha scritto:"La vita è più spaventosa della morte".
(pag. 346 - Molto forte, incredibilmente vicino. Ed. Guanda)
Il libro si basa sulla ricerca. Come in "Ogni cosa è illuminata" il protagonista era alla ricerca del suo passato attraverso una fotografia, qui Oskar non vuole far fuggire il ricordo, non vuole far svanire quello che sentiva per una persona cara che è venuta a mancare. Nella ricerca sente quel ricordo che lo segue e ne è appagato da un lato e tormentato dall'altro.
La storia, come in "Ogni cosa è illuminata" si intreccia con altre storie di sofferenza, di vita, di dolore. Sono bellissime le manie dei diversi personaggi, la loro caratterizzazione i loro tratti così definiti ed inconfondibili che ce li rende palpabili. Mi viene in mente il parallelo con "I sentieri dei nidi di ragno" di Calvino. Il tentativo di Pim di trovare un amico a cui far vedere i nidi, una persona di cui potersi fidarsi, la ricerca, il non comprendere alcune dinamiche della guerra, stimolano tenerezza, lo stesso sentimento che sentiamo seguendo le vicende di questo irritante, intelligente, triste, divertente ragazzino di nove anni. Oskar alla fine si rende conto alla fine che la vita non può che continuare, che non si può far altro che guardare avanti e dare la possibilità a se stessi di vivere.
Insomma un libro stupendo emblema dei tempi in cui viviamo veloci, spasmodici ma in cui anche una chiave può affascinarci e può farci ricordare che esistono cose per cui vale la pena battersi e che sono rinchiuse in noi stessi, sono le nostre paure, i nostri dolori, i nostri amori.


mercoledì, febbraio 28, 2007

Il bene ed il male

Rushdie, autore indiano contemporaneo, nei suoi "Versetti satanici" presenta due uomini in cui la trasformazione esteriore della figura (seguendo il filone del realismo magico caro a Marquez) sembra presagire una modifica interiore, morale che in realtà non si attua come ci aspetteremmo. Romanzo contro l'apparenza, contro gli estremismi, in nome della ragione, è ricco di riferimenti coranici, tanto da renderlo blasfemo per i musulmani. Presenta delle affinità stilistiche ai grandi del nostro tempo: Joyce (chi non gli è debitore), Marquez, Borges, Bulgakov e tematiche con "Il ritratto di Dorian Gray", "Lo strano caso del dr. Jekyll e mr. Hyde ", il "Faust", "Il Maestro e Margherita". L'accostamento degli avvenimenti dei due protagonisti e della storia di Mahound (il profeta Maometto) ricordano moltissimo gli inserti della vita di Ponzio Pilato, e quindi gli ultimi momenti di vita di Yeshua Hanozri (Gesù), che il narratore russo inserisce, con straordinaria limpidezza, nello svolgimento del racconto.
Leggendo l'opera di Rushdie si riflette anche sulla rivelazione qui trasformata in parola di compromesso, sulla parola di Dio, relegata a diventare trasportatrice di desideri umani. Viene rappresentata la lotta per eccellenza, quella tra il bene ed il male in cui, a volte, i confini non sono poi tanto definiti.
Ricordo a tal proposito la risposta di Mefistofele alla domanda di Faust su chi lui fosse, citata anche da Bulgakov nel suo capolavoro:
"Parte di quella forza che vuole sempre il male e produce sempre il bene."