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mercoledì, febbraio 25, 2009

Pastorale Americana

Pastorale Americana è uno dei capolavori di Philip Roth, uno dei grandi autori americani viventi. Si racconta della vita di un uomo per bene, Seymour Levov (lo "Svedese"), attraverso la voce, le supposizioni ed i ricordi di un amico di scuola del fratello di Seymour, Zuckermann (che Roth userà anche in altre sue opere come proprio alter ego).
Seymour vive la propria vita da benestante, con una famiglia normale e felice, un uomo che, usando le parole di Roth, "non è stato programmato per avere sfortuna". La sua vita è apparentemente perfetta, tutto sembra andare bene finchè la figlia Mary, mette una bomba all'emporio del paese ed un medico che si trovava al limitrofo ufficio postale muore in seguito allo scoppio. Mary diventa latitante e la vita "perfetta" dello Svedese mostra tutte le sue imperfezioni ed ipocrisie.
La figlia che lo sbalza dalla tanto sognata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico, nel furore, nella violenza e nella disperazione della contropastorale: nell'innata rabbia cieca dell'America (pag. 98)
Seymour rappresenta l'America, con tutte le sue assurdità ed ipocrisie. Il suo è il desiderio di far parte del Sogno americano, di avere una vita felice o che appaia tale ma la tragedia della figlia lo metterà di fronte alla sua esistenza, ai suoi errori, alle sue azioni che sembrano mosse solo dal desiderio di seguire ciò che la gente si aspetta da lui.

Il fratello Jerry, completamente diverso da Seymour, durante una conversazione telefonica avrà modo di attaccarlo e forse fargli aprire gli occhi sulla sua vita.
Volevi Miss America? Beh l'hai avuta, altroché: è tua figlia! Volevi essere un vero campione americano, un vero marine americano, un vero magnate americano con una bella pupattola cristiana appesa al braccio? Volevi appartenere come tutti gli altri agli Stati Uniti D'America? Beh, ora gli appartieni, ragazzone, grazie a tua figlia. Ce l'hai nel culo adesso la realtà di questo paese. Con l'aiuto di tua figlia sei nella merda fino dove è possibile sprofondarci, vera merda, fantastica merda americana. L'America pazza furiosa! In preda a furore omicida! (pag. 295)
E' attraverso Jerry che comprendiamo meglio l'indole di Seymour, la sua propensione a fare sempre quello che gli altri si aspettano da lui "Tu sei quello che fa tutte le cose giuste" (pag. 293).

In Pastorale americana vi è un'analisi dell'America sociologica ma anche psicologica che evidenzia i luoghi nascosti, oscuri della vita e dell'anima, le stanche ritualità sociali che perpetuiamo per noia, le passioni incomprensibili, il lato oscuro di ognuno di noi.

sabato, maggio 27, 2006

Sulla noia di vivere e sull'esistenza - I

La noia è uno stato dell'anima a cui alcuni grandi autori hanno dedicato opere intere o semplicemente dei versi.
Il primo autore che mi viene in mente è Moravia che scrisse un bellissimo romanzo proprio intitolato La noia. Qui, questo stato interiore, viene dipinto come risultato dell'impossibilità di instaurare con gli oggetti un rapporto autentico.
(i passi sono tratti da La noia, ed. Bompiani)

"La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. [...] un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, lì i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c'è più che buio e vuoto. Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all'appassimento e alla polvere."
(pag. 7)
Moravia influenzato dagli esistenzialisti, primo fra tutti Sartre, dipinge un uomo, Dino, alienato della realtà, incapace di una vita autentica, un eroe sveviano, privo cioè di qualsiasi eroicità. Dino è sopraffatto dal mondo che lo circonda e se ne sente, nello stesso momento, privato.
La noia, questo avvizzimento del reale, che sembra rievocare alcuni quadri di Dalì, ci fa vivere in uno stato in cui, da una parte vogliamo ottenere un rapporto autentico col mondo, ma dall'altro ci rendiamo conto che i nostri sforzi sono velleitari.
Sartre nel suo stupendo racconto-diario, La nausea, ci dona, con sofferente schiettezza, l'immagine di un uomo angosciato dalla propria esistenza vuota e ripetitiva, che non riesce a vivere serenamente con il mondo che lo circonda. Scrive:
(passi tratti da La nausea, ed. Einaudi per Repubblica)
"Non trovo più gusto a lavorare, non posso fare altro che aspettare la notte"
(pag. 29)

"La nausea non è in me: io la sento nel muro, sulle bretelle, dapertutto intorno a me. Sono io che sono in essa"
(pag. 31)
Ci rendiamo conto di quanto la noia, da puro stato interiore, divenga parte del palcoscenico nel quale ognuno di noi recita. La noia si trasforma in uno stato di angosciante insoddisfazione ed inadeguatezza.
Concludo ricordando un altro passo del libro di Sartre in cui, sul suo diario, il protagonista, Antoine Roquentin, scrive un giorno:
"Niente, esistito"
(pag. 130)
Siamo di fronte ad una vita piena di vuoti, di assenze e spesso anche la nostra giornata si riduce ad un foglio tristemente vuoto che cerchiamo di riempire ma, con la sua sottile ironia, ci guarda nella sua perfezione intangibile e ci mette di fronte ad un triste verità.