Visualizzazione post con etichetta alienazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta alienazione. Mostra tutti i post

mercoledì, novembre 02, 2011

Gotico Americano di William Gaddis

Leggere un romanzo di Gaddis è sempre un’esperienza edificante, il turbinio dei dialoghi fa sì che il lettore da statico diventi un vero protagonista del racconto origliando, guardando dal buco della serratura lo svolgersi degli eventi. Inizialmente si è spaesati, si hanno le vertigini per la quantità di informazioni, per la densità dei discorsi ma poi ci si abitua e le cose iniziano a prendere forma. “Gotico Americano”, il terzo romanzo di Gaddis, non è differente, anzi, lo scenario claustrofobico della casa in stile gotico americano in cui è ambientato, ne esalta la drammaticità. Seppure la dimensione dell’opera è minore di quella dei precedenti lavori di Gaddis, la profonda e severa critica alla società è immodificata.

Uscito nel 1985 e apparso in Italia nel 1990, edito dalla casa editrice Leonardo, dopo ventun anni rivede la stampa ad opera della casa editrice Alet con una completa revisione della traduzione operata da Vincenzo Mantovani.

Potete continuare la lettura del mini saggio su Retroguardia 2.0

domenica, aprile 27, 2008

L'onirico di Lynch

L'ultimo film del grande regista americano David Lynch è "INLAND EMPIRE" che potremmo tradurre come "L' impero della mente".
Il film rappresenta una summa dell'opera di Lynch: l'onirico, l'angoscia, la confusione e molto altro. Con questo film il regista ha spiazzato tutti facendo in modo che molti critici e fruitori osservassero come il film fosse insulso ed incomprensibile.
Certamente l'opera non è semplice e, come tutti i film di Lynch, richiede attenzione ed apertura mentale. E' necessario lasciarsi trasportare dalle emozioni che il regista vuole trasmettere. Lo spettatore perde i punti di riferimento e si trova in balia delle immagini: gioia, dolore, angoscia, tristezza. Quello che Lynch crea non è un film, ma una serie di lampi emozionali che ci permettono di guardare dentro noi stessi perchè mette a nudo l'assurdo, il dolore, le paure, le angosce presenti in ognuno di noi.
La storia è semplice e come dice lo stesso Lynch:
"parla di una donna nei guai, ed è un mistero"

La donna è un' attrice, Nikki Grace, scelta per interpretare Sue Blue ma durante le riprese del film compie un viaggio dentro se stessa in modo da perdere il senso della realtà.
Lynch, in un'intervista per il lancio di "INLAND EMPIRE", ha citato un passo dell' Aitareya Upanishad:

"We are like the spider. We weave our life and then move along in it. We are like the dreamer who dreams and then lives in the dream. This is true for the entire universe."

sintetizzando così il suo pensiero sulla vita e su come realizza i film.
Nelle sue opere, partendo da "Eraserhead", passando per "Velluto blu", "Strade perdute", "Mulholland Drive", fino ad arrivare ad "INLAND EMPIRE", si avverte sempre un'angoscia, un frustrante senso di alienazione nel vedere alcune scene cariche di tensione ed attesa. Ma poi accade qualcosa che non ci aspettavamo, che non ha un senso, che non segue un filo logico. Ma chissà se la vita è veramente così logica, chissà se non siamo noi a voler dare una logica alle cose per sentirci più sereni?! Oppure è solo la nostra mente così squisitamente illogica?!

lunedì, ottobre 30, 2006

Sull'Alienazione - I

Celine nel suo "Viaggio al termine della notte" (Ed. Corbaccio per La Repubblica) scrive, facendo parlare un medico che visita il protagonista Ferdinand Bardamu prima dell'assunzione in una fabbrica della Ford:
"Non ti serviranno a niente qui i tuoi studi, ragazzo! Mica sei venuto qui per pensare, ma per fare i gesti che ti ordineranno di eseguire"
(pag. 214)
Questa frase, così devastante proprio per la sua verità, dipinge lucidamente la vita nella "fabbrica" dove l'uomo è considerato un semplice pezzo dell'ingranaggio in cui conta la produzione e non l'individualità, in cui a vincere è la velocità e non la riflessione. Il lavoro da "catena di montaggio" produce quel senso di sconforto per evadere dal quale gli "attori" cercano, a volte anche loro malgrado, mille espedienti, mille sotterfugi per sentirsi vivi, carnalmente esistenti, lì dove il tempo è scandito dai ritmi produttivi, in cui gli orologi non hanno più le lancette consuete ma quelle mosse dai pezzi prodotti, lì dove i fumi, gli odori di stantio, di acqua marcia, entrano nelle ossa, si chiede, anche per sè, un pò di lubrificante... E' in questo ambiente che il nostro protagonista si muove e dal quale vuole evadere frequentando persone "di fuori":
"Non quelli dell'officina di sicuro, erano solo degli echi e degli odori di macchine come me, carni vibrate all'infinito, i miei compagni. Era un corpo vero che volevo toccare, un corpo rosa di vera vita silenziosa e soffice"
(pag. 216)
Ferdinand vorrebbe avere un rapporto con una "persona", non con un involucro afflosciato, eco, o odore di macchine, cerca contatto con un corpo la cui fisicità possa attestargli la propria esistenza, possa travalicare il monotono fluire del tempo a cui anche un noi partecipiamo.



lunedì, luglio 03, 2006

Sulla noia di vivere e sull'esistenza - II

Ungaretti nella sua poesia "Noia" scrive:
(Ungaretti - Vita di un uomo, ed. Meridiani Mondadori)

Anche questa notte passerà

Questa solitudine in giro
titubante ombra dei fili tranviari
sull'umido asfalto


Guardo le teste dei brumisti

nel mezzo sonno
tentennare
Il primo verso è un incipit ex abrupto in cui viene squarciata la tela del silenzio per indicare la solita angosciosa ripetitività della vita. La solitudine che non è più solo dentro l'uomo, viene connotata con immagini metropolitane e moderne: i fili tranviari, l' asfalto, i brumisti, simboli di un progresso che non consola ma aliena.
Mi riviene in mente un quadro di Munch, un pittore che ricordo sempre quando penso all' esistenza ed all' angoscia, che voglio qui riproporre:


Si tratta di Sera sulla via Karl Johann, in cui l'artista dipinge i diversi passanti (in particolare si tratta di borghesi) come uomini disumanati, quasi scheletri, che sembrano seguire una marcia funebre ed egli, l'artista, un'ombra che cammina in verso opposto. Scriverà Munch nel suo diario:
"Mi ritrovai sul Boulevard des Italiens - con le lampade elettriche bianche e i becchi a gas gialli - con migliaia di volti estranei che alla luce elettrica avevano l'aria dei fantasmi"
Quante volte ci sentiamo così estranei, così diversi, eppure, a quella stessa massa informe, incomprensibile, inanimata, a volte, partecipiamo anche noi.