mercoledì, maggio 17, 2006

Sull'opera di Borges - I

Borges, autore orginale e da una cultura enciclopedica, fa trasparire nelle sue composizioni un culto particolare per il libro, per la documentazione. Leggere una sua opera vuol dire trovarsi immerso in una miriade di riferimenti sfuggenti. I passi sono tratti da Tutte le opere ed. Meridiani - Mondadori
Nella Biblioteca di Babele scrive:
"L'universo (che altri chiama la Biblioteca) "
(Vol I - pag. 680)

"Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di elementi uguali: lo spazio, il punto, la virgola, le ventidue lettere dell'alfabeto. Stabili, inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch'è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell'avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione del catalogo falso, l'evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri."
(Vol I pagg. 683-684)
A questo punto si potrebbe pensare alla Teurgia Ebraica basata sull’idea che ciascuna lettera dell’alfabeto ebraico, con cui Dio ha creato il mondo, rappresenti un Essere Vivente, un Geroglifico, un’Idea, un Numero. Combinare le lettere significerebbe allora conoscere leggi e fondamenti della Creazione. Si potrebbe sorridere leggendo il "Pendolo di Foucault", dove Eco ritrae alcuni personaggi che, con un programma informatico, effettuano tutte le permutazioni delle lettere che compongono il nome di Dio (il Tetragramma divino), in questo modo credono, scherzando, di stare ottenendo tutta la scienza possibile per gli uomini.
A me interessa, invece, riutilizzando la "metafora" di Borges, mettere in evidenza come il mondo sia un' immensa biblioteca di cui ogni cosa è una semplice casuale parola presente in un remoto libro di un irragiungibile scaffale. Certo questa affermazione è molto triste, se ci riflettiamo, a questo punto ci fa rendere conto della nostra eterna piccolezza. Pirandello nel suo "Fu Mattia Pascal" scrive:

"Maledetto sia Copernico! - Oh oh oh, che c'entra Copernico! - esclama don Eligio, levandosi su la vita, col volto infocato sotto il cappellaccio di paglia. - C'entra, don Eligio. Perché, quando la Terra non girava... - E dàlli! Ma se ha sempre girato! - Non è vero. L'uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. [...] Io dico che quando la Terra non girava, e l'uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva della propria dignità, credo bene che potesse riuscire accetta una narrazione minuta e piena d'oziosi particolari.[...] Copernico, Copernico, don Eligio mio ha rovinato l'umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell'infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell'Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d'impazienza, e ha sbuffato un po' di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più? [...] E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili."
Il discorso della perdita, da parte dell'uomo, di certezze di superiorità sulla natura tutta, è un tema abbastanza vasto che potrebbe facilmente sfociare nella crisi che l'uomo ha di volta in volta affrontato nei periodi storici in cui una teoria consolatoria o comunque forte, si è vista spiazzare dal dubbio.
Vorrei solo ricordare ciò che dice Lawrence nel suo commentario all'Apocalisse

"È mera presunzione credere che noi vediamo il Sole così come lo vedevano le antiche civiltà. Tutto ciò che vediamo al posto del Sole è un piccolo corpo di luce fisica, un globo di gas ardente. […] Noi possiamo ancor oggi vedere quello che chiamiamo Sole, ma Helios lo abbiamo perduto per sempre, e ancor più il grande disco dei Caldei"

ciò che deriva dalla perdita di certezze non è certo il leopardiano naufragio, ma serve all'uomo per rendersi conto della propria fievole esistenza.



1 commento:

stormingjo ha detto...

sulle lettere e l'ebraismo ti consiglio la lettura di scholem, "la grandi correnti della mistica ebraica" (oppure, ma non l'ho letto, il suo libro sulla caballah). Bel commento complimenti.