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mercoledì, novembre 02, 2011

Gotico Americano di William Gaddis

Leggere un romanzo di Gaddis è sempre un’esperienza edificante, il turbinio dei dialoghi fa sì che il lettore da statico diventi un vero protagonista del racconto origliando, guardando dal buco della serratura lo svolgersi degli eventi. Inizialmente si è spaesati, si hanno le vertigini per la quantità di informazioni, per la densità dei discorsi ma poi ci si abitua e le cose iniziano a prendere forma. “Gotico Americano”, il terzo romanzo di Gaddis, non è differente, anzi, lo scenario claustrofobico della casa in stile gotico americano in cui è ambientato, ne esalta la drammaticità. Seppure la dimensione dell’opera è minore di quella dei precedenti lavori di Gaddis, la profonda e severa critica alla società è immodificata.

Uscito nel 1985 e apparso in Italia nel 1990, edito dalla casa editrice Leonardo, dopo ventun anni rivede la stampa ad opera della casa editrice Alet con una completa revisione della traduzione operata da Vincenzo Mantovani.

Potete continuare la lettura del mini saggio su Retroguardia 2.0

lunedì, gennaio 12, 2009

Il Volto

Leggendo "Body Art" di DeLillo, un piccolo libricino di appena 100 pagine, si rimane colpiti da come nei primi capitoli sia tangibile la monotonia, la routine tra una moglie ed un marito. Il rapporto tra l'uomo e la donna è sempre stato al centro di molte opere e rappresenta un difficile puzzle di compromessi, comprensioni, ipocrisie, silenzi e solitudine (basti ricordare "Scene da un matrimonio" di Bergman, oppure all'estremo "Eyes wide shut" di Kubrick trasposizione cinematografica di "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler). Già i normali rapporti interpersonali sono scanditi da un senso di incomprensione, disagio, che ci porta a pensare che forse siamo veramente delle isole che ogni tanto si incontrano per avere una parvenza di socialità, rinchiusa nelle forme e nelle convenzioni che la società ci richiede.
L'uomo è un "animale sociale" diceva Aristotele. Oggi tutti questi Social Network sembrano dare ragione al filosofo greco, eppure la ricerca di amicizia, il stringere legami a distanza con persone mai viste, è l' esigenza umana di avere contatti con altre persone. Attorniarsi di amici ci rende sicuri di noi, ci dà la possibilità di vivere felicemente non soffermandosi sulle nostre miserie, cosa che faremmo in solitudine.
C'è un bisogno nell'uomo di comunicare, socializzare, vivere le relazioni, eppure sembra sempre che tutto sia così artefatto, poco autentico, poco spontaneo. Tutto è scandito dai ritmi imposti dal conformismo e forse Facebook e tutti i blog, questo compreso, non sono altro che un estremo tentativo di non rimanere soli pur sapendo che è questa la nostra tendenza.
"Prese la faccia tra le mani, guardandolo fisso. Cos'aveva significato quel gesto la prima volta, la prima volta che una creatura pensante aveva guardato negli occhi, in profondità, un'altra creatura? C'erano volute centinaia di migliaia di anni perchè questo accadesse, o era stata la prima cosa che avevano fatto, gli esseri umani, un'esperienza trascendente, la cosa che li aveva resi superiori, che li aveva resi moderni, lo sguardo che dimostra la solitudine della nostra anima?" (pag.70)
Cosa significa guardarsi negli occhi? Alzare lo sguardo da terra, guardare nel luogo più oscuro, dove la luce entra ed acceca ogni possibilità di vedere oltre.

mercoledì, giugno 14, 2006

Alla ricerca del tempo perduto - III

Proust parlando dei Cottard, una coppia che Swann incontra spesso dai Verdurin, scrive:
(Tratto da Alla ricerca del tempo perduto ed. Meridiani - Mondadori)

poichè dell'incanto, della grazia, delle forme della natura il pubblico non conosce che quel tanto che ne ha attinto negli esempi più banali di un'arte lentamente assimilata, e poichè un artista originale comincia appunto dal rifiuto di tali esempi, i Cottard, emblema in questo caso del pubblico, non trovavano nè nella sonata di Vinteuil nè nei ritratti del pittore ciò che rappresentava per loro l'armonia della musica e la bellezza della pittura.
(pag. 259)
Leggendo queste parole ci viene da pensare a quante volte noi stessi siamo stati quel pubblico, pieni della nostra arroganza intellettuale, indispettiti o addirittura turbati da forme diverse di espressione artistica, letteraria o corporea. Spesso l'incomprensione porta al rifiuto, alla derisione e anche all'emarginazione. Ci sentiamo sempre certi che il nostro sia l'unico punto di vista coerente, valido e non ci rendiamo conto di come la diversità ci renda ricchi.
Mi viene in mente un bel libro del Nobel americano Pearl S. Buck in cui, dipigendo la Cina del primo Novecento, senza mai giudicare o condannare, facendo parlare una donna cinese devota alla tradizione del suo popolo, scrive:
(tratto da Vento dell'Est, vento dell'Ovest - ed.Mondadori per Repubblica)
L'arpa è il più antico strumento del mio popolo, e andrebbe suonata quando c'è luna, sotto gli alberi, vicino ad acque chete. Allora la sua voce acquista arcane dolcezze. Qui però, dove suonavo ora, nell'opaca camera straniera, l'arpa dava un suono debole e soffocato.
(pag. 34)
Probabilmente ognuno di noi sente, di fronte ad un' arpa, emblema delle proprie tradizioni, delle proprie certezze, una sorta di venerazione: ci si sente protetti. E' difficile suonarla in "camere straniere", ovvero guardare oltre, senza aver paura di contaminazioni o di fratture con le proprie certezze, eppure il suono "debole e soffocato" acquisterebbe una dolcezza diversa, diverrebbe ora una sinfonia in cui la nostra è solo una nota che non perde la propria individualità ma concerta insieme alle altre per una musica nuova.