Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post

sabato, marzo 23, 2019

La mia morte

G, è questo lo pseudonimo che l’autore si dà, è questo il modo in cui viene chiamato, lungo tutto il romanzo, il protagonista principale. 
Non si tratta di un’autobiografia, l’autore ci tiene a precisarlo (“Nulla è reale eccetto il dolore e l’amore” pag. 140), è invece la storia della metamorfosi di un uomo con una “forma fisica, coltivata con tenacia [...] colto e brillante” (pagg. 7, 8), cresciuto in una famiglia esigente e basata su “secoli di incroci fra benestanti, nobili, professionisti” (pag. 94) che progressivamente perde la proprietà del proprio corpo.
“Il tuo corpo è un oggetto che non gestisci tu, non è più davvero tuo, stai solo a vedere che ti faranno come uno spettatore qualunque, inascoltato. Sicuramente tuo è soltanto il dolore” (pag. 112)
Il libro, come già fa intuire il titolo, racconta della malattia e, infine, della morte del narratore/protagonista. Avvocato di successo, conosciuto da tutti in città per la sua competenza e testardaggine, con trascorsi di impegno civile, “duro di cuore, egoista, presuntuoso, insensibile e forse un po’ stupido” (pag. 11), scopre di essere affetto dal morbo di Parkinson. 

La tematica della malattia e della libera e consapevole scelta di come vivere e morire, sono centrali in questo romanzo sincero, duro e in diversi punti caustico. 
La malattia viene vivisezionata a partire dalle prime preoccupazioni, i consulti specialistici, la speranza di migliorare, il rapporto conflittuale con chi cerca di aiutarti, fino ad arrivare all’angosciante sensazione di sepoltura da vivo che il protagonista associa alla propria condizione.

A volte si ha timore di nominarla, come se non volessimo risvegliare un demone sopito. Nel libro, invece, la morte è addirittura inserita nel titolo, è un elemento che permea tutto il racconto. 
E’ la vera protagonista del romanzo e quasi non vediamo l’ora entri in scena, come G del resto, e quando lo fa, riesce a prendersi gioco di noi, ridendo della sua inventiva.

“La mia morte”, non è solo un romanzo di fantasia, è un romanzo politico di denuncia da parte di chi vorrebbe che l’eutanasia fosse un diritto di cui le persone, in particolari condizioni e in piena libertà, possano disporre. 

Quando parliamo di questo tema non possiamo non pensare ai casi di Eluana Englaro, di Piergiorgio Welby e di DJ Fabo; non possiamo non pensare al concetto di biopotere di Foucault; non possiamo rimanere indifferenti pensando che siano tematiche che non ci riguardino. 
"A lungo, uno dei privilegi caratteristici del potere sovrano era stato il diritto di vita e di morte [...] mette in atto il suo potere sulla vita solo attraverso la morte che è in grado di esigere" (Postfazione, pag. 143 - Tratto da M. Foucault, "La volontà di sapere")
La disponibilità del proprio corpo, anche nella fase terminale della vita, è un tema fondamentale della modernità.

[G, "La mia morte", Tempesta Editore, 2019]

sabato, novembre 17, 2012

Cesare deve morire

"Cesare deve morire" è l'ultimo film dei fratelli Taviani, vincitore dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino 2012. Il film ripercorre tutte le fasi della messa in scena, dai provini fino al debutto in teatro, del Giulio Cesare di Shakespeare da parte di un gruppo di detenuti del carcere di Rebibbia. Quasi tutto il film è girato con un bianco e nero penetrante, profondo che si insinua nei volti segnati e vissuti dei detenuti, alcuni dei quali destinati al carcere a vita. Il bianco e nero lascia il posto al colore solo in tre momenti precisi: durante lo spettacolo in teatro (all'inizio ed alla fine del film) e quando un detenuto indugia su una foto rappresentante un bellissimo paesaggio marino lasciandosi forse cullare dai ricordi o dai desideri. I Taviani in modo molto esplicito evidenziano la profonda cesura tra la prigione e la libertà rappresentata dall'arte, dai desideri, dai ricordi felici. La location del carcere diventa il palcoscenico naturale per quest'opera in cui si parla di violenza, di tradimenti, di omicidi, di vendette ed i detenuti diventano i testimoni più fedeli ("ma perché di Cesari prepotenti a casa nostra non ne abbiamo mai conosciuti? E i tradimenti e le uccisioni?")
Così i Taviani ci restituiscono un film vero, profondo, che colpisce per il pathos espresso dagli attori che, recitando con il proprio dialetto, rendono l'opera di Shakespeare ancora più solida, concreta e attuale. 
Due passaggi in particolare sono interessanti. Nel primo Bruto si oppone all'uccisione di Antonio dicendo agli altri congiurati:
"[siamo] esecutori di giustizia e non macellai [...] Noi ci siamo rivoltati contro le idee. Noi ci siamo rivoltati contro lo spirito di Cesare, questo non è un assassinio è un sacrificio. Ah se si potesse strappare lo spirito al tiranno senza squarciare il petto suo"
ed una volta dette queste parole si interrompe perché emerge ferocemente il ricordo di un suo amico che, per aver espresso un concetto simile nei confronti di una sua futura vittima, era stato accusato di codardia da tutti, lui compreso. 
Il secondo episodio è dopo la morte di Cesare, quando Bruto, di fronte agli altri detenuti dirà: 
"Se poi quest'amico mi domanda perché Bruto è insorto contro Cesare ecco la mia risposta: non perché poco amassi Cesare ma perché molto amavo Roma. Avreste preferito Cesare vivo e noi morti in schiavitù o Cesare morto e noi vivi in libertà?"
Il sacrificio è fatto in nome di un'ideale più grande, la libertà, quella che questi attori vedono come un'immagine vivida in opposizione a quella cupa e senza colori della loro esistenza all'interno del carcere. La crudeltà, il tradimento, l'onore, la vendetta hanno scandito la loro vita ma solo attraverso l'arte sono riusciti a comprendere fino in fondo le proprie miserie seguendo un percorso quasi catartico. Lo stesso Cassio alla fine del film dirà "da quando ho conosciuto l'arte questa cella è diventata una prigione" e mentre dice queste parole prepara il solito caffè con in sottofondo una stupenda musica ed i titoli di coda che ci riportano alla realtà delle loro condanne e delle nostre miserie.

sabato, giugno 07, 2008

Underworld

Ogni volta che si legge un libro di DeLillo si rimane colpiti dalla profondità della pagina. Il racconto travalica i limiti del foglio per avvolgere la nostra vita e ci presenta ciò che accade in un modo nuovo e sempre più profondo. "Underworld" è, credo, il capolavoro narrativo di DeLillo, diverse storie che si avvicinano ed allontanano in 900 pagine in cui magistralmente vengono rappresentati gli eventi. Cercare di riassumerne il contenuto non ha senso. Tutto ha inizio con la storica partita di baseball dei Giants contro i Dodgers del 1951 raccontata nelle prime 50 pagine e che, attraverso la palla dell'ultimo fuoricampo, avvolge tutto il racconto. La storia americana degli anni '50 - '60 viene sezionata attraverso lo sguardo di uomini comuni, miti veri e fasulli.
"Tutto è collegato, alla fine" (pag. 879) sembra quasi un monito al lettore di come ogni azione possa condizionare lo scorrere degli eventi, come ognuno di noi abbia una responsabilità.
Di questo libro si potrebbe parlare a lungo ma volevo solo mettere in evidenza un passo che credo sintetizzi bene la dimensione dell'opera di DeLillo. Nell'ultimo capitolo, si narra dell'apparizione su un cartellone pubblicitario di una bambina uccisa nel Bronx, Esmeralda. Il giorno dell'apparizione molte persone sono lì a guardare il fenomeno e così anche il giorno dopo con l'arrivo di venditori di cimeli, gadget... Il terzo giorno arriva la mamma tossicomane scomparsa e si sente male, ed il quarto giorno il cartellone pubblicitario viene rimosso.
"Il cartellone è tutto bianco. con due sole parole, Spazio Disponibile, seguite da un numero di telefono a caratteri eleganti" (pag. 876)

"E cosa ricordi, alla fine, quando tutti sono andati a casa e le strade sono vuote di devozione e speranza, spazzate dal vento del fiume? Il ricordo è vago e amaro, e ti fa vergognare con la sua fondamentale menzogna - tutto sfumature e silhouette magica? Oppure la potenza del trascendente indugia, il senso di un evento che viola le forze naturali, qualcosa di sacro che pulsa all'orizzonte caldo, la visione che desideri ardentemente perché hai bisogno di un segno che contraddica il tuo dubbio? [...] E ricorda l'odore del carburante degli aerei. Questo è l'incenso della sua esperienza, cedro e resina bruciati" (pag. 876-877)
In una zona degradata come il Bronx, vi è lo spazio per un momento di poesia, o forse è proprio in quelle zone che si esprime con tutta la carica un certo tipo di poesia metropolitana fatta di speranza, di contraddizione, di delirio, di redenzione.
Il miracolo accade nel Bronx, e dove appare il volto se non su un cartellone pubblicitario, simbolo del consumismo, del nostro desiderio incessante di acquistare e consumare? E quello "Spazio disponibile" cosa rappresenta? La prossima sostituzione con un nuovo miracolo, più d'effetto, con maggior attrattiva, perché anche nel miracolo vi è un subdolo aspetto consumistico... oppure cosa? Eppure qualsiasi momento di profondità rimane avvolto nell'atmosfera metropolitana dove simboli della modernità vanno a sostituire quelli sacri.

L'ultima parola del libro è "Pace", forse "Spazio disponibile" rappresenta un modo per raggiungerla o in cui crediamo di averla a portata di mano.

domenica, febbraio 24, 2008

Rumore bianco

"E' il linguaggio delle onde e delle radiazioni, ovvero quello per il cui tramite i morti parlano con i vivi. Ed è lì che aspettiamo, tutti insieme, a dispetto delle differenze di età, i carrelli stracarichi di merci colorate. Una fila in movimento lento, gratificante, che ci dà il tempo di dare un'occhiata ai tabloid nelle rastrelliere. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno, che non sia cibo o amore, lo troviamo nelle rastrelliere dei tabloid. Storie di fatti soprannaturali ed extraterrestri. Vitamine miracolose, le cure per il cancro, i rimedi per l'obesità. Il culto delle star e dei morti." (pag. 349)
E' così che termina il romanzo "Rumore bianco" dell'autore americano, di origini italiane, Don DeLillo. Il libro è pieno di interessanti spunti di riflessione, tutti molto attuali e che fanno di DeLillo uno scrittore che sa esprimere come pochi altri i drammi del nostro tempo.
Il consumismo è alla base della nostra società e la nostra vita diventa un'attesa ad una cassa di un mega supermercato in cui, attendendo il proprio turno, ci facciamo distrarre dai tabloid, riviste che ci presentano un mondo sempre più di plastica ed artefatto e in cui sono racchiuse le aspirazioni, i sogni della nuova società. Basti rileggere a pag 96
"Comperavo con abbandono incurante. Comperavo per bisogni immediati ed eventualità remote. Comperavo per il piacere di farlo, guardando e toccando, esaminando merce che non avevo intenzione di acquistare ma che finivo per comperare"
L'autore americano mette a nudo le contraddizioni della ipertecnologica società in cui vive il protagonista, Jack Gladney, professore universitario di studi hitleriani, che è la stessa in cui noi viviamo. Jack è sempre scettico di fronte al pericolo, sempre sicuro che esista una soluzione ultra moderna e priva di rischi, è quasi in preda ad un senso di onnipotenza. Eppure si accorgerà che non è così, che siamo tutti destinati a convivere con nuove tipi di morte come dirà il suo collega Murray
"Ogni progresso in conoscenza e tecnica viene pareggiato da un nuovo tipo di morte, da una nuova specie. La morte si adatta, come un agente virale." (pag. 167)
Ed il rumore bianco del titolo non è altro che questo senso di morte che avvolge tutti gli uomini.
"Portiamo la stessa maschera.
- E se la morte non fosse altro che un suono?
- Rumore elettrico
- Lo si sente per sempre: suono ovunque. Che cosa tremenda!
- Uniforme, bianco"(pag. 216)
La morte è il protagonista silenzioso ed onnipresente di questo romanzo. Di fronte ad essa si può cercare di rimuoverne il ricordo, come fa la moglie di Jack, o cercare di affrontarla come il ragazzo che vuole rimanere chiuso in una gabbia con serpenti oppure giungere al gesto estremo dell'omicidio catartico.
Ma sopra ogni cosa, ogni tentativo, aleggia questo rumore elettrico, non molto diverso dalle onde che veicolano le nostre comunicazioni.
(Passi tratti da "Rumore bianco", Ed. Biblioteca di Repubblica)